FESTA PATRONALE: SAN LEONE

Questa pagina è tratta dalla tesi di Barletta Nadia “Produzione e Consumo Alimentare nella Festa di San Leone”.

[…] La devozione verso San Leone a Saracena risale al 1224, così come si rileva dalla bolla del vescovo di Bisignano, il quale ha consacrato una chiesa in suo onore. Il Santo svolse l’apostolato per molti anni in Calabria, fu arcidiacono del vescovo Cirillo ed ha lasciato le impronte della sua santità visitando questi luoghi. Furono degli operai siciliani a portare per la prima volta a Saracena l’icona su tela del Santo, i quali lavoravano alla costruzione della chiesa di Santa Caterina (attuale chiesa di San Leone) e all’interno della quale eressero una cappella in suo onore. San Leone operò numerosi miracoli nel nostro paese liberandolo dalla pestilenza e dalle carestie o intervenendo in favore di singole persone affette da gravi malattie o in pericolo per altre cause. Le anziane del paese narrano dei miracoli che San Leone ha compiuto, Zia Linuzza ricorda orgogliosa:

« Erano andati per rubare la statua li … nella cappella di San Leone, stavano prendendo la mitra del santo, mentre cercavano di sfilarla, colui che compiva il gesto si è sentito male ed è morto in chiesa. Con i santi non si scherza! Tu vai a rubare a un santo? Poi un’altra volta volevano prendere la statua ma è diventata pesantissima e non si è fatta prendere! ».

Nell’anno 1630 i cittadini lo elessero per pubblica elezione universale protettore della terra di Saracena, elezione controfirmata da Innocenzo X nel primo anno del suo Pontificato (1644). Era l’anno 1633 quando i frati cappuccini Fra Michele di Saracena e Fra Carlo da Castelnuovo donarono alla chiesa di San Leone il terzo osso del pollice del Santo. L’esposizione e la venerazione della reliquia furono autorizzate dalla corte vescovile di Cassano e ancora oggi è gelosamente custodita nel suo reliquiario d’argento. A Saracena, la ricorrenza della festa di San Leone, si svolge due volte l’anno, ogni sei mesi, una volta d’inverno a Febbraio, un’altra volta ad Agosto. Quella del 19 Febbraio è la festa principale, la quale, ripresenta con i suoi riti alimentari, con i suoi canti e balli tradizionali, un nuovo Carnevale.

Il parroco della chiesa di San Leone Don Domenico Cirianni spiega così l’origine della festa popolare fatta in onore del santo:

« La festa popolare di San Leone si incentra sulla serata dei fuochi; quella del mese di febbraio è la festa del patrono e viene festeggiata anche in altri luoghi dove il santo è conosciuto oppure diventato protettore come a Saracena. E’una festa che si celebra nel calendario della chiesa greco – bizantina, è quindi una festa orientale, ha un ufficio, ha una sua tradizione; ed il 20 febbraio è la festa solenne, nel senso che a Saracena in questo giorno non solo si festeggiava il santo ma anticamente non si lavorava;  era un giorno di festa come la Domenica, come Pasqua, insomma era ed è una festa popolare. Questa festa è sorta in modo solenne con la vigilia del 19 febbraio quando ebbero origine i primi mercati paesani e per questa coincidenza si voleva vivere una festa tutta particolare: a febbraio qui a Saracena si festeggiava San Leone e 15 – 20 giorni prima lungo le mura del paese e nelle campagne si accampavano i forestieri che portavano il bestiame da vendere alla fiera. Nove giorni prima del 19 febbraio iniziava la novena a San Leone, il giorno della vigilia si invitavano tutti anche i mercanti a stare vicino i “fucarazz’” (falò) e a fare tutto in onore del santo … questo spiega anche da dove proviene l’urlo: “VIVA SAN LEONE” ».

Come ci ricorda Lello Mazzacane nel suo libro Struttura di festa,

« la festa patronale, assume sempre la forma di un festeggiamento corale del Santo. Il Santo si deve festeggiare tutti insieme; in questo tipo di feste, registreremo un momento collettivo ed uno individuale della manifestazione e del rapporto con la divinità. Il Santo taumaturgo, destinatario di una festa patronale, è chiamato a fornire la sua divina competenza in un ambito di particolare protezione e di guarigione. Inoltre è importante sottolineare che nelle feste patronali tutto il paese è coinvolto nella festa nella quale è connaturato lo svago, il ballo, il consumo ». Sono proprio questi ultimi gli elementi che caratterizzano la festa patronale di San Leone, « dove un ruolo importante è ricoperto dagli attori  con i loro comportamenti e i contenuti sottesi alla festa stessa ». (Mazzacane, 1985, p. 34).

 

San Leone, Patrono di Saracena

San Leone, Patrono di Saracena

 

La festa di San Leone è una festività patrocinata dalla comunità saracenara, tant’è che si festeggia ormai da secoli ed è conosciuta sia per i suoi falò sia per la sua fiaccolata ma soprattutto per l’importanza che assumono durante la festa, il cibo e le bevande tipiche del paese, come il vino rosso e il Moscato.

In tutti i rioni di Saracena le pietanze preparate in occasione del rituale in onore di San Leone sono pressoché uguali, o presentano lievi differenze in base ai gusti e alle disponibilità delle famiglie. Dagli anni ’70 del ‘900, le usanze legate al consumo del cibo oltre che alla sua quantità sono venute però a modificarsi notevolmente. I fattori che hanno portato a questi cambiamenti sono l’aumento del benestare economico della comunità saracenara, che ha permesso di arricchire il “menù festivo”; la più facile reperibilità di molti prodotti, un tempo presenti soltanto nell’immaginario collettivo; e sicuramente il modificarsi di alcune preferenze verso determinate pietanze anziché di altre.

Nell’intervista rilasciata da Zia Peppina, 93 anni, si delinea la modalità di festeggiamento di un tempo, totalmente diverso da quello di oggi:

« Per San Leone facevamo “i fucarazzi” (i falò), portavamo qualcosa da mangiare e venivano con i “suoni”; ballavamo tanto … era una bella festa. Ognuno portava qualcosa da casa, un po’ di lupini per passarci il tempo, portavano il vino e basta! Non cucinavamo: si portavano solo “cose asciutte” : salsiccia, un pezzetto di formaggio e nient’altro. Non si portava neanche una tazza di caffè! Ma ci divertivamo. Ora non conosciamo più questa festa noi anziani; fanno un po’ di frasca poi però si chiudono dentro e mangiano, mangiano … bevono, non è più come una volta. Quando ero “giuvineddra ij” (giovane) era diverso: giravano, giravano anche i ragazzi, si ballava ai falò e venivano per vedere le ragazze delle quali erano innamorati perché prima per vederti non era come oggi. Le donne restavano al vicinato gli uomini giravano per il paese. Io San Leone non lo festeggio più da quando è morto mio marito ». Sia nel passato sia nella nostra modernità resta invariato all’interno della festa l’elevato consumo di vino per la tanta produzione a Saracena di quest’ultimo, ma anche per l’allegria che esso porta tra gli abitanti e i forestieri, i quali, per festeggiare il santo intonano il tipico “grido” della festa: “Viva San Leone”, brindando con l’ottimo vino, creando così legami e amicizie e sigillando rapporti.  Il passito Saracenaro, meglio noto come il Moscato di Saracena, il quale da anche la denominazione al nostro paese, è consumato nella festa per accompagnare i dolci tipici del paese preparati dalle donne. Sovente è servito alla fine dell’interminabile cena oppure offerto ai forestieri durante la fiaccolata; in quest’ ultimo caso per far assaggiare il Moscato ai visitatori vengono serviti i dolci in enormi “canistre” (cesti enormi) ad ogni vicinato così si può far degustare al meglio questa tipica bevanda.

Il vino nella festa è indispensabile e appartiene a quell’insieme di “pratiche simboliche e rituali” delle cerimonie di gruppo o di comunità; il suo eccessivo consumo in occasioni speciali, come nella festa di San Leone, aiuta a ballare, a cantare e a suonare meglio.  Un tempo si beveva molto di più per dimenticare i problemi e le fatiche che si affrontavano ogni giorno, oggi il consumo di vino è pur sempre alto ma soprattutto tra i giovani che attendono questa festa per poter trasgredire.

Il cibo caratterizza molto questa festa diventando proprio il suo patrimonio simbolico; nel paragrafo della “dieta quotidiana di Saracena” ho riportato una moltitudine di pietanze consumate, nel giorno della festa di San Leone, e sia in passato che attualmente, si preparano dei piatti specifici; l’unica differenza che ho riscontrato intervistando le donne di varie età e di diversi rioni, è quella della quantità del consumo e del luogo in cui queste prelibatezze vengono consumate.

Tra le pietanze preparate per la festività di San Leone, la quale ricorre il 19 febbraio di ogni anno, troviamo cibi bolliti, arrostiti e fritti ma anche dei cibi che devono essere serviti freddi come i formaggi, i sottaceti e i salumi tipici del paese.

Le vivande bollite sono solitamente i primi piatti e quelli più tradizionali della festa sono: “past’ gaggh’ e guggh’” (pasta aglio e olio), “lagane e ceci”, “lagane e fasul’” (lagane e fagioli), “past’ cù suc’ i purc’” (pasta con sugo di maiale); il piatto tipico ed immancabile sulla tavola dei saracenari, (però consumato il giorno successivo alla vigilia del giorno 19), sono i “maccarun’ aru suc’cur involtin” (maccheroni al sugo con involtini); esiste anche un detto che dice: « Evviv’ Sant’ Liun’ cu nu piatt’ i maccarun’ » vale a dire “Evviva San Leone con un piatto di maccheroni”. Oggi la pasta è preparata sul fuoco nei garage in enormi pentole e poi servita. Le pietanze arrostite sono invece la salsiccia detta in dialetto “a zazzizz’ arrustut’”, e il pane che viene fatto a bruschetta; altri piatti tipici e più antichi ma tutt’ora preparati sono : i “vrucch’l” (broccoli), “cipuddrin’ cu gov’” (cipolline con uova), “i paten’ mblacchiet’” (patate fritte tagliate a fette sottili), “i sardin’ piccant’” (sardine piccanti), “alic’dissalet’” (alici dissalata), “avuliv” (olive), “piscialitt’” (focaccia tipica saracenara), “i luppin’” (lupini), “i grispeddr’” (grespelle o pettole), “i cicir’ ‘ngongl’” (ceci fritti), verdur’ cu fritt’l i purc’” (verdure con frattaglie di maiale), “i fasul’ cutt’ inda pigneta” (fagioli cotti nella pignata); “a suppr’set’” (soppressata), “guanciale”, “prosciutto”, “i furmagg’” (formaggi), “ù suffritt’ j agnell e caprett’” (soffritto di agnello e capretto), “murlingen’ e pupazz’” (melanzane e peperoni), “minestr’ j for’cu fasul’” (minestre di verdure con fagioli).

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Tutte queste pietanze un tempo erano preparate in quantità modiche per la loro minore reperibilità, e non offerte a chi passava ai falò, la pasta e gli arrosti non venivano consumate in strada o nei garage ma in casa tra parenti e amici, al contrario oggi si preparano quantitativi eccessivi di cibo per offrirlo a chi viene a vedere la festa e si mangia nei garage al chiuso.

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A variare sono anche i contenitori del cibo: prima degli ’70 del ‘900 non presentavano un problema perché come ho già detto non si cucinava per molte persone né si dovevano servire pietanze fuori dal proprio abitato, quindi i contenitori alimentari erano di ceramica o di terracotta; contrariamente oggi si utilizzano solo contenitori di plastica vale a dire piatti, bicchieri e posate.

Prima bastavano i lupini e il vino per divertirsi e si cantava ballando insieme intorno ai falò, dove a volte, nascevano anche nuovi amori; oggi si da molta importanza all’abbondanza del cibo nella festa per l’alto tenore di vita e si ci diverte forse in maniera diversa, non suonando più tanto come una volta gli strumenti tipici come “a ciancianella”, “u cup’ cup’”, “i tamburrell’”, “i fisarmoniche”, ma ascoltando musica dagli stereo e utilizzando impianti musicali moderni,  ballando anche di meno!

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